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Quando la musica diventa incontro

C di Chiara Balestracci · ◉ 2 letture

Quando la musica diventa incontro

Sistemo i microfoni.

L’audio funziona. Ormai l’ho provato tre volte.

Sì, il testo si vede, scorre bene. Sembra che non ci siano intoppi.

Eppure, l’agitazione sale.

Sarò in grado?

E se poi alle persone non piacesse?

E se l’audio si bloccasse proprio sul più bello?

Cosa dirò tra una canzone e l’altra?

Intanto, le persone iniziano ad arrivare.

Un tavolo, poi due, poi tre.

E il tempo passa.

Le 19.00. Le 19.30. Le 20.00.

Ormai sono arrivati quasi tutti.

Li guardo.

Qualcuno balla già, qualcun altro canticchia seguendo il ritmo della musica di sottofondo. Sorridono, si scambiano sguardi, iniziano a lasciarsi trasportare.

E allora ci viene un’idea.

Perché non trasformare la serata in un piccolo esperimento? Perché non provare a fare una pesca musicale?

Ogni tavolo scrive qualche titolo di canzone su un foglietto. Li raccogliamo tutti insieme e poi, uno alla volta, li estraiamo a sorte.

L’idea è semplice: trasformare il karaoke in qualcosa che vada oltre la performance, rendendolo un momento di condivisione, un’occasione per incontrarsi attraverso la musica.

La proposta piace subito.

C’è chi si affretta a precisare che scriverà volentieri qualche titolo, ma di cantare non se ne parla proprio. E chi, invece, non vede l’ora di pescare la prima canzone.

«Perché non lo chiamiamo Social Karaoke?», propone un ragazzo del tavolo 25.

Sorrido.

Sì, mi piace. Direi che funziona.

Dancing Queen.

È proprio lei la prima canzone estratta dal gruppo di ragazze che decide di rompere il ghiaccio.

La stessa che, poco prima, avevo inserito tra le ultime della playlist di sottofondo.

Destino?

Fatto sta che partiamo alla grande.

Il cortile si riempie di voci. Tutti cantano sulle note di una canzone capace di unire generazioni, gusti e passioni musicali differenti.

Poi tocca ai ragazzi.

Caparezza.

E l’energia si sprigiona.

Subito dopo, il gruppo alla mia destra pesca Umbrella.

Ed è da lì che comincia la vera festa.

L’agitazione, quella che fino a poco prima mi stringeva lo stomaco, lentamente scompare. Al suo posto arriva una felicità difficile da spiegare.

Non c’è più spazio per i momenti vuoti.

Una canzone finisce e quella successiva ha già catturato l’attenzione di tutti.

Inizio a distribuire i microfoni tra i tavoli e, quasi senza accorgercene, nasce un unico grande coro.

Voci che non si conoscono, persone che fino a qualche minuto prima erano perfette sconosciute e che ora cantano insieme, unite da un’armonia improvvisata.

Un’armonia che dura il tempo di una canzone, forse soltanto pochi minuti, ma che in quell’istante suona perfetta.

Si aggiungono due signore, che ci riportano alle melodie di un tempo. Quelle che forse, un po’, rimpiangiamo, ma che non smettono mai di emozionarci.

Da Mia Martini a Il cerchio della vita.

Poi arriva una ragazza che ci incanta con una voce degna dei palchi più grandi.

E ormai ci abbiamo preso gusto.

Una richiesta dopo l’altra.

Un duetto dopo l’altro.

I tavoli iniziano a conoscersi, le persone si cercano con lo sguardo, si invitano a cantare, si passano i microfoni.

E io canto con loro.

Non c’è più tempo.

Non c’è più spazio.

O forse, semplicemente, per una volta, non importa più né dell’uno né dell’altro.

I confini della timidezza sono ufficialmente abbattuti.

Il tempo non si misura più in ore o minuti, ma nella durata delle canzoni, nei ritornelli urlati a squarciagola, negli applausi che arrivano spontanei.

Fino a quando si alza un coro, questa volta senza bisogno di alcuna base musicale:

«Se non metti l’ultima, noi non ce ne andiamo!»

E allora capisco.

È diventata la nostra serata.

Non più la mia, non più quella di chi aveva organizzato o di chi aveva deciso di cantare.

Nostra.

Di tutti.

E nessuno ha davvero voglia di andarsene.

Perché poi, in fondo, non importa quanti anni tu abbia. Venti, trenta o magari qualcuno in più.

Se sei cresciuto con i film per ragazzi degli anni Duemila, quando partono This Is Me di Camp Rock o Gotta Go My Own Way di High School Musical 2, c’è una sola cosa che puoi fare.

Cantare.

Cantare a squarciagola, senza preoccuparti dell’intonazione, insieme a persone che fino a poche ore prima non conoscevi.

Eppure, in quel momento, ti riconosci in loro.

Perché quelle canzoni parlano di te, di me, di noi.

Di ciò che siamo stati, di quello che sognavamo di diventare, di storie diverse che, per qualche minuto, sembrano assomigliarsi tutte.

E poi, naturalmente, non poteva mancare lei.

L’unica, l’intramontabile.

Quella che basta sentire dalle prime note per alzarsi dalla sedia, stringersi all’amico accanto e cantare con l’ultimo filo di voce rimasto.

Maledetta primavera.

E il cortile, ancora una volta, diventa un unico grande coro.

Poi, inevitabilmente, arrivano i saluti.

I ringraziamenti.

Gli ultimi sorrisi, gli ultimi commenti, qualcuno che continua a canticchiare anche mentre si prepara ad andare via.

Che serata.

È incredibile quanto la musica sappia unire.

Quanto riesca ad abbattere distanze che, a volte, nemmeno ci accorgiamo di aver costruito.

Quanto possa trasformare un gruppo di sconosciuti in qualcosa che, anche solo per una sera, assomiglia a una piccola comunità.

Ci salutiamo promettendoci che non sarà l’ultima volta.

È un arrivederci, ce lo diciamo tutti.

E credo che, in fondo, nessuno abbia davvero voglia di considerarlo diversamente.

Perché sappiamo già che vorremmo rivivere quelle emozioni.

Quelle che, per due ore, ci hanno fatto dimenticare tutto il resto.

Quelle che ci hanno ricordato quanto sia bello lasciarsi andare, senza la paura di essere giudicati, senza dover dimostrare niente a nessuno.

Solo esserci.

Cantare, ridere, emozionarsi.

Essere se stessi, insieme agli altri.

Perché forse è proprio questa la vita più autentica: quella che non ti chiede di essere perfetto, ma soltanto di esserci. E di donare, senza riserve, tutto ciò che sei.

— con affetto, la Redazione della Casa

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