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Racconto ⏱ 5 min di lettura

Quando abbiamo smesso di guardarci?

C di Chiara Balestracci · ◉ 25 letture

Quando abbiamo smesso di guardarci?

Oggi vi condivido una riflessione nata qualche mese fa, in tempi non sospetti, quando tutto sembrava quasi immobile. Erano domande latenti, a volte consapevoli e a volte no, che in queste settimane, guardando la cronaca, ho visto esplodere nella loro forma peggiore: la violenza.
Non è però di un singolo fatto che voglio parlare, ma di ciò che lo precede e che ci riguarda tutti. Perché in mezzo a questo caos c’è una cosa che continuo a chiedermi: come siamo arrivati a un tale punto di rottura? Come è stato possibile non riconoscerci prima? E soprattutto, quando abbiamo smesso di vederci come persone che appartengono alla stessa Storia?

Stiamo insegnando alle nuove generazioni a dare risposte.

Forse presi dalla paura di un futuro incerto, stiamo imparando a cercare risposte ai problemi generati dalle generazioni che ci hanno preceduto.
Sembra quasi che non ci sia più tempo per fermarsi a riflettere, per porsi domande su ciò che accade intorno a noi. Sembra che ci sia l'urgenza di risolvere qualcosa.
Ma la domanda è: che cosa dobbiamo risolvere?
Corriamo, ma verso dove?

Che risposte vogliono gli adulti da noi?

Siamo davvero diventati una risposta funzionale a un mondo adulto che non riesce più a riconoscersi nel presente? Un mondo che ci illude di esserci vicino e di lasciarci spazio, ma che ci usa soltanto per prolungare il proprio tempo in esaurimento?

Perché non spronarci a farci domande? Forse per paura che troviamo risposte capaci di far vacillare l'ordine in cui ci siamo abituati a vivere?

E soprattutto, perché ci accontentiamo dello spazio angusto che ci viene concesso, senza pretendere di prenderci la stanza e dire: «Anche noi abbiamo bisogno di capire, abbiamo il diritto di dire che non abbiamo capito e il dovere di impegnarci per trovare una risposta»?

Cresciamo in una serra credendo di essere in un giardino, e intanto da qualche parte qualcuno ci annaffia, come e quando vuole lui.

Dov'è finita la pioggia? Dov'è finita l'imprevedibilità? Come possiamo sperare di avere un posto nel mondo, se a plasmarlo è chi dice di fare tutto questo per noi e poi ci costruisce una strada verso una direzione che non abbiamo mai tracciato?

E allora: perché su questo tema nessuno dice niente? È più facile vedere la violenza che capirne le cause; accusare, piuttosto che mettersi in discussione.

«Il potere sta nelle domande», e forse è proprio per questo che il nostro mondo cerca di convincerci che non servano: che le risposte ci sono già, che quella fatica possiamo risparmiarcela.
Alla fine, sì, è una questione di potere.

Ma perché le domande ci fanno così paura?
Dopo tanto cercare, una risposta me la sono data.

Fanno paura perché aprono un dialogo, e un dialogo implica per definizione la presenza di almeno un'altra persona, la cui risposta non possiamo prevedere. La domanda porta movimento, si aspetta una reazione. Dietro una domanda c'è un pensiero, una riflessione che non ha trovato soddisfazione e che si apre all'interpretazione degli altri. La domanda mostra la fragilità del non sapere e il desiderio di conoscere di più.

La domanda dirada la nebbia.
La domanda chiede una risposta.

Allora mi chiedo: quando è successo che sono diventati gli adulti a interrogare i giovani, e non viceversa?
Che cosa vogliono gli adulti da noi?

Che risposte possiamo dare, se non abbiamo nemmeno il tempo di farci le domande che a quelle risposte dovrebbero portarci?

Forse illuderci di avere già delle risposte permette loro di prendere tempo?
Quando ci accorgeremo che non sappiamo più pensare, riflettere, ragionare sul mondo, perché prosciugati da una serra che ci ha tolto energia vitale invece di farci crescere rigogliosi, al meglio delle nostre potenzialità?

Stiamo imparando a farci le domande degli altri e, cosa ancora più grave, a rispondere a domande che non sono nostre. Ma alle nostre domande chi ci pensa?

E soprattutto: noi, delle domande, le abbiamo ancora?
Noi crediamo di sì, per fortuna.

La Terza Via

Crediamo che la pioggia esisti ancora e che a volte basta trovare un luogo che lasci le finestre aperte, dove le domande non vengono zittite ma accolte.
Alla Casa del Pellegrino stiamo provando a costruirne uno.
Da gennaio partirà La terza via, un progetto pensato proprio per quei ragazzi di quindici anni che vivono fragilità e rischi di devianza, gli stessi che oggi finiscono sotto i riflettori della cronaca. I ragazzi passeranno prima dal nostro laboratorio, dove saranno accolti dai ragazzi con disabilità che li aiuteranno a conoscersi, e poi faranno uno stage nella ristorazione.
Nessuno arriverà con la risposta già pronta. Il progetto nasce da due bisogni che questa riflessione ha cercato di nominare.

Il primo è quello di essere visti, perché un ragazzo che nessuno guarda rischia di cercare nella violenza l’unico modo per farsi vedere.
Il secondo è quello di conoscere e di crescere, di trovare il proprio posto nel mondo, anche nel lavoro.

Non una serra, ma un giardino, dove si cresce anche perché non tutto è previsto. Forse è da qui che può ripartire il dialogo tra generazioni: non da chi ha tutte le risposte, ma da chi ha il coraggio di restare nella domanda, insieme. Perché oggi si fa fatica a vivere, ma la relazione cambia il modo di vivere le cose. E nessuno dovrebbe cercare le proprie risposte da solo.

— con affetto, la Redazione della Casa

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