Elisa ha un'abitudine piccola, così semplice e così potente: scrive pensieri su bigliettini che qui alla Casa del Pellegrino offriamo alle persone quando vengono a trovarci, quando passano in cassa o quando arrivano in gruppo. Qualcuno fa la collezione, qualcuno rimane meravigliato quando è la prima volta che ne pesca uno e qualcuno se ne fa promotore e li porta in giro per la sala.
Poche righe, scritte nel suo studio, che però chi le riceve spesso si porta via come un regalo, con un cenno di capo affermativo e la celebre frase: "Eh sì, ci ha proprio azzeccato".
Un anno fa uno di quei biglietti è finito nelle mani di Emanuele Franz, filosofo friulano, venuto a cena da noi dopo aver presentato un suo libro a Crema. Ne è rimasto colpito al punto da dirle: «Elisa, dovresti farne un libro». Quell'incontro gli è rimasto dentro e, anche alla luce del suo percorso personale con l'autismo, gli ha ispirato un concorso letterario dedicato alle persone nello spettro autistico.
Il 5 novembre la premiazione si terrà nella Biblioteca del Senato, e Emanuele Franz ha voluto invitare Elisa, riconoscendole il merito di aver acceso la scintilla. Nell'antologia che verrà presentata, accanto ai testi dei partecipanti, ci saranno anche i suoi biglietti.
Partiremo in una delegazione di una decina di persone perché, come piace a noi, nessuno deve restare solo. Non nei giorni in cui la fatica pesa, e nemmeno in quelli in cui il cuore scoppia di gioia. Perché una gioia vissuta da soli si spegne in fretta, mentre una gioia condivisa resta, e diventa di tutti.
Porteremo con noi questo viaggio e ve lo racconteremo, perché in fondo non è solo quello di Elisa: è il viaggio di chiunque, almeno una volta, abbia pensato di non farcela. Elisa lo aveva già racchiuso in poche righe, in uno dei suoi biglietti, come se lo sapesse da sempre: «Non arrenderti, rischieresti di farlo un’ora prima del miracolo».
La voce di Elisa
Per Elisa, i biglietti sono stati prima di tutto un modo per uscire dal guscio.
«La Casa mi ha permesso di parlare con le persone, e poi di arrivare a una connessione vera, a un dialogo. Mi ha fatto sentire parte di qualcosa di più grande di me. I miei biglietti sono diventati un ponte».
Il suo percorso è iniziato in laboratorio, poi è passata in sala, sempre portando con sé i suoi biglietti.
«Ci sono stati tanti momenti in cui ho dubitato di me stessa. Ogni progetto nuovo, ogni persona nuova, e io mi chiedevo: chi sono? Poi, dal laboratorio alla sala, ho cominciato a conoscere la gente e a fidarmi. Più mi fidavo, più mi riconoscevo nelle capacità degli altri, e capivo cosa sapevo fare io. Magari erano piccole cose, come apparecchiare e dire "il coltello mettiamolo così". Ma capisci di essere parte di qualcosa. E ho iniziato a vedere il valore che gli altri mi davano, anche quando io non riuscivo a vederlo».
E il Senato? «È una cosa enorme. Non pensavo che una frase scritta nel mio piccolo studio potesse fare tutto questo. Sono passata dal voler parlare con le persone al parlare davvero alle persone, che è tutta un'altra cosa. Pensavo di essere sola ad avere bisogno di questo linguaggio. Invece ho trovato altri».
Che cosa ci insegna questa storia?
Che i percorsi di vita sono percorsi di relazione. Uno sguardo, un sorriso, un biglietto possono aprire mondi. Non vale solo per Elisa: vale per tanti che sono entrati qui per un caffè e sono rimasti. Il sorriso è il benvenuto universale, lo capiscono tutti, ed è la porta verso la conoscenza reciproca: scopri la ricchezza di chi hai di fronte, e lui scopre la ricchezza di questo luogo.
